Set 042015
 

IMG_0208-726x1024Don Mario Albertini

La preghiera si pone al di là delle formule, perché è una realtà spirituale che tende a diventare silenziosa: più ascolto e sguardo, più vita, che non parola.

Ma ha bisogno anche delle parole: “Quando pregate, dite…” (Lc11,2); e nelle formule trova sostegno e nutrimento. Anzi, se vogliamo scoprire il significato profondo della preghiera cristiana, è proprio nelle formule liturgiche che troviamo espresso in modo essenziale il contenuto teologico di cui ogni nostra preghiera deve essere sostanziata: lex orandi est lex credendi.

Ora, la preghiera liturgica è essenzialmente trinitaria, se è vero che non si stanca di ripetere, a conclusione di quasi tutte le sue orazioni: “per il nostro Signore Gesù Cristo, tuo Figlio, che è Dio, e vive e regna con te (Padre) nell’unità dello Spirito Santo”. Come ancora la chiesa canta nella dossologia che conclude la preghiera eucaristica: “Per Cristo con Cristo e in Cristo, a te, Dio Padre onnipotente, nell’unità dello spirito Santo, ogni onore e gloria”.

 

Questo ci fa capire che tutta le preghiera cristiana deve essere trinitaria, anche quando la sua formulazione non ne mettesse in evidenza questa qualità. Infatti la preghiera necessariamente ci colloca al centro della nostra filiazione divina, dono del Padre, meritata e partecipata a noi dal Cristo, vivificata dallo Spirito.

La vita del cristiano è la vita di un figlio introdotto nell’intimità di Dio, stabilito in società, in comunione, con le tre Persone divine.

In Dio, la pienezza della vita è pienezza di comunione, cioè vicendevole e totale conoscenza e contemplazione e dono: “Padre, tu mi hai amato prima della creazione del mondo” (Gv 17,24): questa breve frase di Gesù nella sua preghiera sacerdotale dice molto sul calore, sulla delicatezza della comunione divina. Amore di un Padre divino e di un Figlio divino, così totale, che è anche esso Persona divina, lo Spirito Santo. Persone così intime che la loro vita non è quella di tre divinità, ma di uno Dio unico.

Questa comunione divina non solo ci è stata rivelata, ma ci è stata comunicata: “La nostra comunione è col Padre e col Figlio suo Gesù Cristo” (I Gv 1,3), e “da questo si conosce che noi rimaniamo in Dio ed egli in noi: egli ci ha fatto dono del suo Spirito” (ivi, 4,13). Per il mistero pasquale del Cristo, Figlio di Dio, anche noi siamo stati trascinati, gettati dentro l’intimità di Dio, nel gioco della sua vita di contemplazione e di amore, in quella “fusione di esseri in un mutuo volontario abbandono, che è la vita trinitaria” (E. Stein).

Anche noi quindi nella fede e nella carità siamo in relazione personale con ciascuno delle tre Persone divine. E da questa relazione, sostanza della nostra vita soprannaturale, si sviluppa la nostra preghiera, cioè l’atteggiamento interiore dell’anima verso Dio.

Al Padre

La vera preghiera del cristiano è diretta coscientemente a Colui che il Cristo è venuto a rivelare agli uomini perché sia conosciuto come Padre, amato come Padre, servito come Padre, onorato e ringraziato come Padre. Il Padre nostro è infatti il tipo di ogni preghiera cristiana.

E il nostro rivolgerci a Dio chiamandolo: Padre! diventa scambio di amore, e per essere un sincero sì al suo dono (”Sì, Padre, perché così è a te piaciuto” Lc 10,21) esso esige un comportamento degno di veri figli di Dio, esige che impariamo dal Figlio, fedele  nell’obbedienza al Padre sino a dare la propria vita per la salvezza degli uomini tutti, a compiere anche noi la sua volontà e ad amare tutti i suoi figli.

Per mezzo del Figlio

“Tutto quello che chiedete al Padre nel mio nome, ve lo conceda” (Gv 15,16). Ci rivolgiamo al Padre presentandogli il Figlio, ma anche appropriandoci dei suoi sentimenti di amore filiale e di confidente abbandono.

Per Gesù: è lui che ci ha rivelato il Padre, solo lui poteva farcelo conoscere, solo per lui. Mediatore necessario, il nostro amore gli può rendere gloria.

Con Gesù: perché, per il dono di grazia “non son più io che vivo, ma Cristo vive in me” ( Gal 2,20)

In Gesù: perché è in lui, Figlio primogenito, che siamo realmente i figli del Padre: figli nel Figlio.

Il Padre nostro, che già abbiamo riconosciuto come la preghiera cristiana per eccellenza, non fa allusione a Gesù Cristo; ma è perché in un certo senso è lui che prega per mezzo nostro: siamo diventati i suoi portavoce, e le parole pronunciate dalle nostre labbra esprimono i sentimenti, i desideri, la volontà del Figlio fatto uomo. Invitandoci a dire non solo “Padre”, ma “Padre nostro”, Gesù ha voluto affermare il vincolo di fraternità con tutti i figli Di Dio, ma anche a relazione che ci unisce a lui. Perché siamo diventati partecipi del Cristo, della sua vita, formiamo un solo Corpo di cui egli è il Capo.

Nello Spirito Santo

“Nessuno può dire: Gesù è il Signor! Se non sotto l’azione dello Spirito Santo” ( Gal 4,6). Pregare è un’attività soprannaturale, possibile solo per l’azione dello Spirito Santo in noi, che suscita e sviluppa la nostra capacità di rivolgerci al Padre: “Lo Spirito stesso intercede con insistenza per noi, con gemiti inesprimibili” (Rom 8,26).

Condizione per la nostra preghiera è di abbandonarci all’azione interiore dello Spirito, che anima e  ispira il nostro atteggiamento filiale: “pregate incessantemente con ogni sorta di preghiere e di suppliche nello Spirito”.

La preghiera è un’anticipazione di quella che sarà la vita eterna nella sua piena comunicazione: uno sguardo di contemplazione e di amore, diretta verso Dio. Adesso nella fede e nella speranza; allora nella visione e nel possesso. Ma con la stessa felicità, perché anche adesso “il buon Dio, la Trinità tutta quanta ci guarda, è in noi e si compiace nel rimirarci” (Teresa di Gesù Bambino)

E per questo che la nostra preghiera trinitaria si fa soprattutto eucaristica: un grazie detto al Padre, per Cristo, nello Spirito.

DON MARIO ALBERTINI – Cfr. Coscienza – Rivista del movimento Laureati di Azione cattolica – novembre 1979

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